Pirandello, le maschere e i profili anonimi
C’e’ una cosa interessante, quasi pirandelliana, in certe discussioni sui social: quando non si riesce piu’ a rispondere nel merito, si comincia a parlare della maschera.
Non di quello che una persona ha scritto. Non dell’argomento. Non del fatto, dell’errore, della frase sbagliata o della posizione discutibile. No. Si passa direttamente a chi sei, a come ti presenti, alla foto profilo, al nome, alla presunta identita’, al sospetto che dietro quel profilo ci sia chissa’ quale intenzione nascosta.
E qui Pirandello avrebbe probabilmente sorriso.
Perche’ la maschera, in fondo, non e’ soltanto quella dell’anonimo. La maschera ce l’abbiamo tutti. Ce l’ha chi usa un profilo senza volto, ma ce l’ha anche chi ci mette nome, cognome e foto sorridente. Ce l’ha chi entra in una discussione facendo il cittadino indignato, chi si presenta come difensore della comunita’, chi si sente custode della verita’ locale, chi amministra un gruppo, chi commenta, chi giudica, chi blocca, chi esclude, chi decide chi puo’ parlare e chi no.
Pirandello ci ha insegnato proprio questo: l’identita’ non e’ mai una cosa semplice. Noi crediamo di essere “uno”, ma per gli altri diventiamo “centomila”. E a volte, nel gioco delle opinioni, finiamo per non essere piu’ nessuno. Non conta piu’ quello che diciamo, ma l’immagine che qualcuno decide di appiccicarci addosso.
Il punto pero’ e’ un altro. In una discussione pubblica, soprattutto in un gruppo locale, la domanda dovrebbe essere molto semplice: quello che e’ stato scritto e’ vero o falso? E’ fondato o no? Porta un contributo o crea confusione? Se qualcuno scrive una sciocchezza, la si smonta. Se qualcuno trolla, lo si dimostra dai contenuti. Se qualcuno mente, lo si corregge con i fatti.
Ma dire “ti nascondi dietro una maschera” spesso diventa una scorciatoia. E’ un modo elegante per non rispondere. E’ piu’ facile discutere del profilo che dell’argomento. E’ piu’ comodo spostare l’attenzione dalla sostanza alla persona. Ed e’ anche un modo per stabilire una gerarchia implicita: io, con il mio volto riconoscibile, avrei piu’ diritto di parlare; tu, con la tua identita’ meno esposta, ne avresti meno.
Ma il coraggio non si misura dalla foto profilo.
Il coraggio si misura dalla capacita’ di sostenere quello che si dice, di accettare una replica, di non cancellare il dissenso solo perche’ da’ fastidio, di non trasformare ogni obiezione in un problema di ordine pubblico o di decoro digitale.
Anche perche’, diciamolo chiaramente, nei gruppi locali il problema non sono solo gli anonimi. Il problema e’ spesso l’uso selettivo delle regole. Ci sono profili veri che insultano, provocano, manipolano e creano confusione molto piu’ di tanti profili anonimi. E ci sono profili anonimi che magari pongono domande scomode, ma legittime. Se il criterio diventa solo “chi sei” e non “cosa stai dicendo”, allora non stiamo difendendo la qualita’ del dibattito. Stiamo solo scegliendo chi ha il permesso di parlare.
La maschera, allora, diventa un alibi.
Si accusa l’altro di indossarla, senza accorgersi della propria. Perche’ anche il ruolo del moralizzatore e’ una maschera. Anche quello dell’amministratore imparziale puo’ esserlo. Anche quello del cittadino rispettabile che chiede coraggio agli altri, ma poi magari blocca, esclude o evita il confronto quando il confronto diventa scomodo.
Pirandello ci direbbe che nessuno di noi coincide davvero con l’immagine che mostra. Ma proprio per questo dovremmo stare piu’ attenti prima di usare l’identita’ come arma.
Nei gruppi locali servirebbe meno teatro e piu’ merito. Meno caccia alla maschera e piu’ attenzione ai contenuti. Meno processi alla persona e piu’ capacita’ di rispondere alle domande.
Perche’ alla fine la vera domanda non e’ se uno abbia o meno una maschera.
La vera domanda e’ se quello che dice regge.
E se non regge, basta dimostrarlo.