Quando l’isolamento sembra pigrizia


Ci sono momenti in cui anche io faccio fatica a capire bene cosa mi stia succedendo.

Da fuori, credo, certe cose possono sembrare semplici. Una persona che si tira indietro, che esce poco, che risponde tardi, che evita occasioni sociali, che sparisce per un po’. Una persona che apparentemente non ha voglia. E allora la parola arriva quasi da sola: pigrizia.

Il problema e’ che da dentro non somiglia quasi mai a questo.

La pigrizia, almeno per come la immagino io, ha qualcosa di morbido. E’ un lasciarsi andare, un “non mi va”, un piccolo abbandono al comfort. Invece quello che conosco io ha un’altra temperatura. Non e’ morbido. E’ teso. Non e’ un vero riposo. E’ piuttosto un ritiro. Un modo per abbassare, almeno per un po’, il costo mentale di stare nel rapporto con gli altri.

Per questo ho sempre trovato riduttivo chiamarla semplicemente pigrizia.

Nel mio caso c’entra il disturbo evitante di personalita’, o comunque quel modo di vivere le relazioni in cui la presenza degli altri non e’ mai del tutto neutra. Anche quando non succede nulla di apertamente negativo, anche quando nessuno ti sta attaccando, dentro resta una specie di allerta di fondo. La possibilita’ del giudizio, dell’imbarazzo, dell’inadeguatezza, del sentirsi fuori posto non arriva solo quando qualcosa va male. Spesso arriva prima. E quando arriva prima, finisce per orientare anche i gesti piu’ piccoli.

A quel punto isolarsi non appare come una scelta elegante o consapevole. Appare come la via piu’ breve per non peggiorare le cose. Se mi tiro indietro, almeno per ora non devo espormi. Se non vado, non rischio di sentirmi di troppo. Se non scrivo, non rischio di essere letto male. Se non mi faccio vedere, forse evito quella frizione sottile che per altri e’ tollerabile e per me a volte diventa sproporzionata.

Il sollievo, sul momento, e’ reale. Ed e’ proprio questo che rende tutto piu’ insidioso.

Perche’ quando qualcosa ti da’ sollievo, anche se parziale e anche se povero, rischi di scambiarlo per una soluzione. Invece spesso e’ solo una tregua. Ti ritiri, ti alleggerisci un attimo, respiri meglio. Poi pero’ resta il resto. Restano le occasioni saltate, le persone a cui non hai risposto, la sensazione di esserti tolto ancora una volta di mezzo prima ancora che succedesse qualcosa di davvero grave. E piano piano quello che doveva proteggerti comincia anche a restringerti.

Forse e’ qui che nasce l’equivoco piu’ forte.

Da fuori si vede il comportamento, non il suo costo. Si vede che non esci. Non si vede quanta fatica hai fatto anche solo a pensare di farlo. Si vede che non partecipi. Non si vede il dialogo interno che ti ha gia’ consumato prima ancora di decidere. Si vede che ti ritiri. Non si vede che quel ritiro non ti riposa davvero, ti toglie solo per un momento da qualcosa che senti troppo.

E allora la parola pigrizia finisce per sembrare plausibile. E’ una spiegazione semplice, comoda, leggibile. A volte, la cosa peggiore, e’ che finisci per usarla anche tu. Ti dici che sei pigro, che non hai voglia, che ti lasci andare, perche’ e’ un modo piu’ facile e meno doloroso di raccontarti quello che accade. Dire “sono pigro” e’ quasi piu’ semplice che ammettere che certe situazioni sociali ti costano molto piu’ di quanto dovrebbero.

Ma anche questa scorciatoia, alla lunga, deforma tutto.

Perche’ la pigrizia riposa. L’evitamento consuma.

Da fuori possono anche assomigliarsi. Da dentro no.

La pigrizia ti lascia addosso inerzia, forse un po’ di colpa. L’evitamento ti lascia addosso un misto piu’ complicato: sollievo immediato, si’, ma anche restringimento, distanza, dubbio su te stesso, e a volte una forma di tristezza difficile da nominare. Non ti senti semplicemente fermo. Ti senti meno presente nella tua stessa vita.

La parte piu’ difficile, almeno per me, e’ che dopo un po’ il confine si sporca. Non capisci piu’ bene dove finisca il disturbo e dove cominci l’abitudine. Non sai se ti stai proteggendo oppure se stai solo rinforzando un riflesso. Non sai se hai davvero bisogno di stare solo oppure se stai anticipando un disagio che forse, una volta attraversato, sarebbe stato meno devastante di quanto immagini.

A un certo punto non sai piu’ se ti stai riposando o ti stai ritirando.

Ed e’ questo, forse, il punto che trovo piu’ difficile da spiegare. L’isolamento non sempre nasce da disinteresse. A volte nasce da un rapporto troppo carico con la presenza degli altri. Non sempre e’ “non mi va”. A volte e’ “mi costa troppo”. Non sempre e’ svogliatezza. A volte e’ un modo per stare peggio di meno, almeno nell’immediato.

Questo non vuol dire trasformare tutto in una giustificazione. Non mi interessa fare questo. Non tutto quello che faccio o non faccio deve essere spiegato da una diagnosi o da una categoria psicologica. Pero’ mi interessa provare a nominare meglio un equivoco. Perche’ ci sono comportamenti che sembrano semplici solo finche’ li guardi da lontano.

Forse una parte del problema sta proprio qui: molte persone associano l’isolamento a un rifiuto del mondo. Per me, piu’ spesso, assomiglia a una forma di difesa dal costo del mondo. E la difesa, quando diventa abituale, finisce per somigliare terribilmente a una scelta di vita, anche quando non lo e’ mai stata davvero.

Se c’e’ una cosa che provo a dire a me stesso, prima ancora che agli altri, e’ questa: non tutto cio’ che appare come pigrizia nasce da mancanza di volonta’. A volte nasce da una fatica relazionale che da fuori non si vede. A volte nasce da paura, allerta, vergogna preventiva, bisogno di ritirarsi prima di sentirsi esposti troppo.

Chiamarla nel modo giusto non risolve tutto. Ma almeno evita di ridurre a svogliatezza qualcosa che, in realta’, ha molto piu’ a che fare con il tentativo, spesso maldestro, di proteggersi.