Non sono capace, ma ci provo


In ambito informatico c’e’ una frase che, ogni tanto, ritorna con una naturalezza quasi disarmante:

“Non sono capace.”

Di per se’, non e’ una frase sbagliata. Anzi.

In molti casi e’ persino una frase corretta. E’ meglio dire “non sono capace” che fingersi esperti, improvvisare su codici che non si conoscono o fare danni per orgoglio.

Il problema, secondo me, non e’ la frase.

Il problema e’ quando quella frase diventa definitiva. Quando non descrive un limite momentaneo, ma una posizione stabile. Quando invece di aprire uno spazio di apprendimento, chiude tutto con uno stop. Non sono capace. Fine. Ed e’ li’ che qualcosa si inceppa.

Dire “non sono capace” non e’ il problema

C’e’ una forma di onesta’ tecnica che rispetto molto. Quella di chi sa distinguere tra cio’ che conosce e cio’ che non conosce.
Quella di chi non millanta competenze.
Quella di chi capisce che in certi contesti - infrastruttura, automazione, rete, deployment, sicurezza - l’improvvisazione non e’ coraggio: e’ solo rischio mal gestito.

Da questo punto di vista, dire “non sono capace” e’ spesso un atto di lucidita’. Il punto, pero’, e’ che quella frase dovrebbe essere l’inizio del ragionamento, non la sua fine.

Perche’ tra “non sono capace” e “allora non ci metto mano mai” c’e’ di mezzo una zona molto ampia, molto utile e molto piu’ adulta: quella in cui non sai ancora fare una cosa, ma provi a costruire le condizioni per impararla senza fare danni.

Il rifugio comodo del limite dichiarato

A volte il limite dichiarato e’ reale.

Altre volte, pero’, diventa un rifugio.

Perche’ dire “non sono capace” puo’ voler dire molte cose diverse.

Puo’ voler dire:

  • non ho esperienza su questo
  • non voglio rompere niente
  • non mi sento abbastanza sicuro
  • non voglio passare per inesperto
  • non voglio espormi all’errore
  • preferisco restare dentro quello che so gia’ fare

E qui, secondo me, il discorso cambia.

Perche’ a quel punto non stiamo piu’ parlando solo di competenza. Stiamo parlando del rapporto che una persona ha con il proprio limite.

C’e’ chi lo vede come una fotografia temporanea.
E c’e’ chi lo trasforma in identita’.

La differenza e’ enorme.

Se oggi non sai fare una cosa, va bene.
Se pero’ usi questa constatazione per non avvicinarti mai a quella cosa, allora il limite smette di essere tecnico e diventa mentale.

In Full Stack Dev questa dinamica si vede benissimo

In ambito Full Stack Dev questa postura si nota ancora di piu’, forse perche’ qui il rischio e’ reale.

Se sbagli una configurazione, se fai un deploy nel modo sbagliato, se tocchi un’infrastruttura senza capirla, puoi creare problemi veri. Non e’ un terreno in cui si possa ragionare con superficialita’.

Ed e’ proprio per questo che il tema e’ interessante.

Perche’ da una parte hai bisogno di prudenza.
Dall’altra, se la prudenza diventa immobilismo, non cresci piu’.

Il punto non e’ dire a qualcuno:
“Non sai fare questa cosa? Falle lo stesso.”

Sarebbe stupido.

Il punto e’ un altro:
“Non sai fare questa cosa? Allora studiala, capisci il rischio, provala in un ambiente sicuro, preparati un rollback, documenta, verifica. Poi prova.”

Questa, per me, e’ una postura professionale sana.

Non l’incoscienza.
Non il bluff.
Non il “vado a sentimento”.

Ma nemmeno il ritiro permanente dietro la formula dell’incapacita’.

Chiedere a chi ne sa di piu’

C’e’ un consiglio che in questi casi viene ripetuto spesso: chiedi a chi ne sa di piu’.

Ed e’ un consiglio giusto.

Anzi, in molti casi e’ il piu’ serio di tutti.

Perche’ chiedere non e’ debolezza. Non e’ perdita di autorevolezza. Non e’ una confessione di inferiorita’. In ambito tecnico, soprattutto quando ci sono di mezzo sistemi delicati, chiedere e’ metodo.

Chiedere significa evitare di confondere autonomia con improvvisazione.
Significa riconoscere che il sapere tecnico non e’ solo possesso individuale, ma anche confronto, trasferimento, correzione, affiancamento.

C’e’ una maturita’ professionale anche in questo: capire quando e’ il momento di fermarsi e dire “questa cosa non la so ancora abbastanza, fammi capire meglio”.

Il problema e’ che molti vivono questa fase male.

Per alcuni chiedere equivale a esporsi.
Per altri equivale a perdere status.
Per altri ancora equivale ad ammettere che l’immagine di competenza che si portano addosso ha una crepa.

E allora e’ piu’ facile restare fermi dentro il proprio perimetro.

Ma, detta brutalmente, in certi casi non chiedere non e’ indipendenza. E’ solo un modo elegante per non attraversare il disagio dell’apprendimento.

E se non hai nessuno a cui chiedere?

Qui, pero’, il discorso si complica davvero.

Perche’ e’ facile dire: chiedi a chi ne sa di piu’.
Ma non sempre quel qualcuno esiste.

Non tutti lavorano in team ben strutturati.
Non tutti hanno accanto una persona piu’ esperta, presente, disponibile o capace di spiegare.
Non tutti hanno mentorship, confronto continuo, documentazione chiara e tempo per imparare con calma.

A volte sei da solo.

E quando sei da solo, la frase “chiedi a chi ne sa di piu’” smette di essere un consiglio praticabile e diventa quasi una formula vuota.

E’ in quel punto che il problema diventa piu’ interessante.

Perche’ allora “non sono capace, ma ci provo” non significa piu’ che qualcuno ti terra’ la mano mentre impari. Significa un’altra cosa: non so farlo, non ho una vera rete di supporto, ma provo comunque a costruire un modo non suicida per impararlo.

Che e’ molto diverso.

A quel punto non ti salva il coraggio. Ti salva il metodo.

Se non hai nessuno a cui chiedere, devi almeno avere qualcosa a cui appoggiarti:

  • documentazione
  • ambiente di test
  • piccoli passi
  • verifiche ripetute
  • tracce scritte
  • rollback chiaro
  • margini di sicurezza
  • confronto indiretto, anche se non ideale

Non e’ il modo migliore per imparare.
Ma e’ molto meglio che usare la solitudine tecnica come giustificazione per restare fermi per sempre.

Il vero nodo: molti non vogliono essere visti mentre imparano

Secondo me c’e’ anche un aspetto piu’ scomodo.

In molti ambienti tecnici non manca davvero la possibilita’ di imparare.
Manca la disponibilita’ a passare per inesperti.

Dire “non sono capace” a volte e’ una protezione rispettabile.
Altre volte e’ un modo per evitare quella fase inevitabile in cui non sei ancora bravo, fai domande, ti muovi lentamente, controlli dieci volte, hai bisogno di conferme.

In altre parole: non tutti temono il lavoro. Molti temono l’esposizione dell’apprendimento.

Perche’ imparare davvero qualcosa significa quasi sempre attraversare una fase in cui non sei efficiente, non sei elegante, non sei veloce.

E questa fase, per molti, e’ intollerabile.

Allora e’ piu’ semplice dichiararsi fuori.

Non sono capace.

Detto cosi’, sembra umilta’.
A volte invece e’ solo un modo piu’ pulito per non entrare nel disagio del diventarlo.

La differenza che conta

Per come la vedo io, ci sono due frasi che sembrano simili ma non lo sono affatto.

La prima e’: “Non sono capace.”

La seconda e’: “Non sono capace, ma ci provo.”

Nella seconda frase non c’e’ arroganza.
Non c’e’ il desiderio di fingersi competenti.
Non c’e’ l’idea di mettere mano a tutto senza criterio.

C’e’ qualcosa di piu’ semplice e piu’ raro: la disponibilita’ a non considerare il proprio limite come definitivo.

Significa dire:

  • non lo so fare oggi
  • non lo faccio in produzione a caso
  • non improvviso
  • chiedo aiuto se posso
  • costruisco appoggi se non posso
  • ma non decido neanche che questa cosa restera’ per sempre fuori dal mio perimetro

Per me la crescita tecnica passa soprattutto da qui.

Non dal sapere tutto.
Non dal parlare bene.
Non dal presidiare solo la zona in cui si e’ gia’ forti.

Passa dal modo in cui uno tratta cio’ che ancora non sa fare.

Un modo diverso di provarci

Provare non significa buttarsi.

Significa costruire una traiettoria sensata.

Vuol dire:

  • studiare prima di toccare
  • chiedere a chi ne sa di piu’, quando c’e’
  • non vergognarsi di fare domande
  • costruire da soli un metodo, quando nessuno puo’ aiutarti
  • fare test veri
  • capire come tornare indietro
  • limitare il raggio del danno
  • documentare quello che si fa
  • distinguere il laboratorio dalla produzione

Questa non e’ esitazione. E’ responsabilita’.

Ma e’ una responsabilita’ viva, non una responsabilita’ difensiva.

Perche’ una cosa e’ proteggere i sistemi.
Un’altra e’ proteggere se stessi da qualsiasi situazione in cui si potrebbe apparire non ancora pronti.

Quello che mi convince sempre meno

Mi convince sempre meno l’idea che la professionalita’ consista nel restare rigidamente dentro cio’ che si sa gia’ fare bene.

Capisco la prudenza.
Capisco la specializzazione.
Capisco anche il bisogno di non improvvisare.

Pero’ non riesco a considerare matura una postura in cui il limite viene dichiarato e subito trasformato in confine permanente.

Perche’ allora il rischio non e’ solo smettere di imparare.
Il rischio e’ smettere di provarci.

E in un lavoro tecnico, dove tutto cambia continuamente, questa forse e’ una delle forme piu’ eleganti di resa.

La frase che mi interessa davvero

Forse il punto, alla fine, e’ tutto qui.

Dire “non sono capace” e’ onesto.
Fermarsi li’, spesso, non lo e’ piu’.

Perche’ tra l’incoscienza di chi si lancia senza capire e la chiusura di chi si tira fuori subito, esiste una terza strada.

E’ piu’ lenta.
E’ meno scenografica.
Richiede umilta’, metodo e anche una certa disponibilita’ a sentirsi inadeguati per un po’.

Ma e’ probabilmente la strada piu’ seria.

Non sono capace, ma ci provo.

Non per ego.
Non per dimostrare qualcosa.
Non per fare il cowboy su sistemi che contano.

Ci provo perche’ non voglio che il mio limite di oggi diventi la mia definizione di domani.